giovedì, Febbraio 22, 2024
CinemaSerial killer: come vengono rappresentati?

Serial killer: come vengono rappresentati?

Come vengono raccontate le storie più cruente dell'umanità e perché ci piacciono tanto.

Ammettiamolo: ormai tutti noi abbiamo visto almeno una volta nella nostra vita un film o un video dedicato a un serial killer.

No, non è colpa dell’algoritmo di TikTok o di Netflix (o magari sì), è che negli ultimi anni la produzione di prodotti mediatici di ogni tipo dedicata a queste tematiche è cresciuta esponenzialmente.

Solamente nell’anno passato possiamo pensare facilmente a serie TV come Dahmer – Mostro: la storia di Jeffrey Dahmer, o al fenomeno Demoni Urbani, o a profili come quello di Elisatruecrime. Solo attraverso queste tre realtà abbiamo potuto far esperienza di alcune delle storie più macabre e crudeli del ventesimo secolo (e non solo). 

Insomma, non c’è modo di scappare: i serial killer sono sempre di più intorno a noi e i racconti delle loro gesta ci circondano.

Chi sono i serial killer?

Prima di addentrarci nel mondo mediatico è bene fare alcune precisazioni. L’attrazione per il true crime non è cosa nuova, ci mancherebbe, ce lo dimostrano le disquisizioni giornalistiche intorno a Jack Lo Squartatore. L’attenzione, però, alla figura dell’assassino seriale, ai suoi perché e i per come, è qualcosa che si è sviluppato solo nel penultimo secolo.

Illustrazione da The Illustrated Police News, 6 ottobre 1888.
Illustrazione da The Illustrated Police News, 6 ottobre 1888.

Giusto per ricollegarci al nostro tema centrale, la serie tv Netflix Mindhunter (2017-2019) parla proprio di questo, della nascita del serial killer, o meglio della sua classificazione come tale. Sebbene la criminologia faccia la sua comparsa già alla fine del 1800, con testi come quello di Cesare Lombroso dedicato alla descrizione del tipo criminale, l’applicazione della pratica del profiling alle indagini poliziesche vere e proprie avviene negli anni ’60

Tatuaggi di delinquenti da "L'uomo delinquente" di Cesare Lombroso, 1897.
Tatuaggi di delinquenti da “L’uomo delinquente” di Cesare Lombroso, 1897.

Definire un assassino seriale, però, non è mai stato del tutto semplice. Infatti, tutt’oggi non esiste una definizione precisa e valida per ogni serial killer, nonostante negli anni molti abbiano provato a circoscrivere in un paio di frasi le miriadi di caratteristiche che possono essere associate a quella figura.

L’idea generale a cui si è arrivati, però, si può dire essere a grandi linee questa: il serial killer è una persona che uccide più volte (o ne ha almeno l’intenzione), con peculiare crudeltà, intervallando gli omicidi con delle pause.

Passato o presente?

Una volta per trovare queste storie spaventose dovevamo scavare nei meandri di internet con la paura di incappare in qualcosa di proibito e vedersi arrivare la polizia a casa. Si trattava spesso di forum o blog curati da profani (ovviamente) che avevano accesso a testi dedicati ai serial killer, alcuni dei quali finivamo per comprare anche noi. Ricordo un sito in particolare che ogni volta mi lasciava un misto di disagio ed eccitazione, con i testi in rosso su sfondo nero che distruggevano gli occhi degli utenti mentre una musichetta macabra simile alle colonne sonore dei Goblin passava in sottofondo.

In queste realtà, poi, non c’erano remore: le descrizioni degli atti sanguinosi dei nostri protagonisti erano precise e minuziose, spesso accompagnate da foto che ritraevano i veri cadaveri delle vittime o, tristemente, una loro ricostruzione.

Insomma, si trattava di buchi neri di internet in cui ci si addentrava con un silente senso di colpa, sostituito dopo la lettura da un indescrivibile fastidio. 

American Horror Story: Murder House, episodio 9, "La Dalia Nera" (2011)
American Horror Story: Murder House, episodio 9, “La Dalia Nera” (2011).

Questo processo di ricerca e fruizione, però, faceva sì che fosse in un certo senso più consapevole. Non incappavi per caso nel cadavere della Black Dahlia: lo andavi a cercare sapendo che avresti trovato qualcosa di terribile, anche se non sapevi quanto.

Tutte queste storie vere, poi, si mescolavano al mondo fantastico delle creepy pasta, per cui era complesso comprendere cosa fosse vero di ciò che trovavamo online e cosa, invece, fosse frutto delle contorte fantasie di un compagno lettore. 

Questo, forse, al contempo smorzava l’orrore dei racconti e creava un distacco dalle vittime che rendeva più complessa la creazione di un collegamento empatico. Ci rendevamo poco conto della gravità di certi eventi, leggendoli così asettici su un foglio elettronico.

Ora è molto più facile trovare informazioni su queste storie, è più facile trovare le foto dei corpi trucidati. Questo non per colpa di internet, come direbbero i boomer, ma perché sono semplicemente diventati argomenti più accettati socialmente

Quello che ci chiediamo è se questa facilità di entrare in contatto con certi argomenti ci abbia in qualche modo assuefatto. Percepiamo la gravità dei fatti accaduti?

Un pubblico femminile

Fresh (2022) di Mimi Cave
Fresh (2022) di Mimi Cave

Ma perché queste storie cruente ci piacciono tanto da farle moltiplicare nei nostri media? E di chi è la colpa di questo fenomeno?

Ebbene, la colpa, o il merito che dir si voglia, della proliferazione dei prodotti True Crime è del pubblico femminile. Ci chiediamo perché, però, dato che spesso le protagoniste di queste storie orripilanti sono proprio le donne. Una possibile risposta ce la dà Jude Ellison Sady Doyle in Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne. Secondo l’autrice, il true crime, così come il genere horror slash, serve alle donne sia da conferma che da guida: il rischio di essere una vittima c’è ed è alto, ecco come salvarsi. Le vere storie, poi, confermano appunto i loro timori, sottintendendo che tutte le paure che passano per la nostra testa non sono solo frutto della nostra immaginazione, ma sono effettivi rischi da cui cercare di proteggersi.

Final Girl (2015) di Tyler Shields
Abigail Breslin in una scena da Final Girl (2015) di Tyler Shields.

Inutile dire che, però, un vero manuale di salvezza non esiste e questa idea di potersi proteggere comportandosi coscientemente inevitabilmente sottintende una colpevolizzazione della vittima. È in particolare il caso dei film horror slash, basati sulla contrapposizione della final girl, colei che è pura e che per questo si salva dal cattivo di turno, e la ragazza perduta, attiva sessualmente, che finisce per essere uccisa e chissà cos’altro. È una contrapposizione di amor sacro e amor profano, dove l’amor profano, però, ti condanna ad essere l’ennesima dimenticabile vittima del serial killer della storia.

La realtà, però, non funziona in questo modo. Basti pensare a Ted Bundy, che ha approfittato della bontà di giovani donne per rapirle sul suo maggiolino Volkswagen. E questo apre la nostra questione: quando si parla di True crime bisogna stare molto attenti a come si struttura il racconto per assicurarsi di non veicolare messaggi scorretti.

I serial killer nella storia del cinema

M - Il Mostro di Dusseldorf (1931) di Fritz Lang
M – Il Mostro di Dusseldorf (1931) di Fritz Lang

Il primo film con la presenza di un serial killer che ci viene in mente è Il pensionante (1927) di Alfred Hitchcock. Si tratta di un film tratto da un libro omonimo che racconta di una famiglia che sospetta che l’inquilino del piano di sopra sia un serial killer ricercato chiamato Vendicatore. Si tratta, per altro, del primo MacGuffin di Hitchcock, poiché, per quanto si scopra alla fine che i sospetti della famiglia sono infondati, il regista non ci permetterà mai di conoscere l’identità del vero colpevole. L’attenzione, in questo caso, è sulla vicenda narrativa, non tanto sulla figura stessa dell’assassino, che potrebbe essere sostituito con qualunque altro espediente.

A seguire troviamo M – Il Mostro di Dusseldorf (1931), primo film sonoro di Fritz Lang, esempio della corrente dell’Espressionismo tedesco e prototipo di quello che sarà il noir. L’assassino protagonista della storia è frutto dell’unione delle gesta di due serial killer tedeschi: Fritz Haarmann, noto come “il macellaio di Hannover”, e Peter Kürten, denominato “il vampiro di Düsseldorf”, entrambi colpevoli si violentissimi omicidi. Nel film il Mostro rapisce e uccide l’emblema dell’innocenza, cioè delle bambine, cosa che scatena il panico nella città di Berlino e il giudizio di qualunque tipologia di uomo, dal più onesto al più reo. 

Psycho (1960) di Alfred Hitchcock
Psycho (1960) di Alfred Hitchcock

Nel ’60, invece, arriva Psycho, un film diventato cult che è forse il primo a raccontare più approfonditamente il punto di vista e i retroscena del serial killer. Non a caso, Norman Bates è forse l’emblema dell’assassino con problemi non solo sessuali, ma anche e soprattutto con le figure genitoriali (la mamma è sempre la mamma). Nel film di Hitchcock si vedono anche altre pratiche spesso associate ai serial killer nelle narrazioni, quali quella della tassidermia e quella de voyeurismo. 

Parlando di voyeurismo saltiamo a L’occhio che uccide dello stesso anno diretto da Michael Powell. Il protagonista (questa volta proprio l’assassino), vittima di crudeli esperimenti del padre sin da bambino, uccide le stesse modelle che documenta con la sua macchina fotografica, con la quale riprende anche le loro sofferenza. Interessante è l’attenzione sull’origine della crudeltà del personaggio, motivata con i traumi infantili, e sulla pratica della documentazione, entrambi elementi ricorrenti non solo nei racconti, ma anche nei serial killer realmente esistiti.

Il silenzio degli Innocenti (1991) di Jonathan Demme
Il silenzio degli Innocenti (1991) di Jonathan Demme

Nel ’91, invece, arriva il momento di un’altra pellicola cult: Il silenzio degli Innocenti di Jonathan Demme. Qui entra in gioco un altro aspetto fondamentale che è quello del dialogo con un serial killer per capirne un altro. La detective Clarice Starling, infatti, dialoga col cannibale Hannibal Lecter in prigione per trovare lo scuoiatore Buffalo Bill. Entrare nella mente del criminale le garantisce il successo, come accadrà in altri film più avanti ad altri detective dopo di lei.

Natural Born Killers (1994) di Oliver Stone
Natural Born Killers (1994) di Oliver Stone

Negli anni ’90 e i primi duemila, poi, l’ondata di film dedicata alla mente dell’assassino è infinita e vede coinvolti sia star hollywoodiane che importanti director. Abbiamo film come Natural Born Killers (1994) di Oliver Stone, con soggetto di Quentin Tarantino e con Woody Harrelson e Juliette Lewis nei panni dei moderni Bonnie e Clyde. 

L’anno dopo, invece, David Fincher realizza Seven con Brad Pitt nel ruolo del detective accanto a Morgan Freeman. La famosa scena della testa nella scatola è solo un piccolo assaggio della follia che attraversa questo film. Fincher, infatti, attraverso l’assassino interpretato da Kevin Spacey, realizza delle scene del crimine che è un susseguirsi di quadri danteschi.

American Psycho (2000) di Mary Harron
American Psycho (2000) di Mary Harron

Nei primi 2000, dopo il pop movie di Mary Harron American Psycho, con Christian Bale che interpreta lo yuppie assassino, e il cult Monster (2003) di Patty Jenkins dedicato al caso di Aileen Wournos, troviamo un approccio diverso della narrazione del serial killer, che è quello dal punto di vista dell’indagine. È il caso di Zodiac (2007) dello stesso David Fincher, che si svolge nella redazione del San Francisco Chronicles e si concentra su quei giornalisti che hanno avuto a che fare direttamente con le lettere del killer. 

Arriviamo all’ultimo decennio, il tempo di American Horror Story e delle altre produzioni di Ryan Murphy. Un’epoca che rende glamour e camp il sangue, l’odio per la società e i pensieri omicidi. L’approccio cambia ancora e i prodotti aumentano, contando anche lo sviluppo di un numero imprecisato di serie tv. Abbiamo sì, Tate Langdon, ma anche tutte le declinazioni possibili di specialisti che aiutano detective a risolvere i casi di omicidio, di cui cito solo Bones (2005-2017), in cui la protagonista è un’antropologa forense figlia di un assassino, per non dilungarmi troppo. 

Hannibal (2013-2015)
Hannibal (2013-2015)

C’è il caso, poi, del recupero di personaggi di film cult che abbiamo citato, come la serie Hannibal (2013-2015) o Bates Motel(2013-2017), in cui Norman Bates è interpretato dal piccolo Charlie de La fabbrica di cioccolato (2005) (Freddie Highmore).

Ma il filone più interessante, a mio parere, è proprio quello che ripropone e racconta i veri casi di true crime. Si passa dai documentari con materiale più o meno inedito, come nel caso di The Ted Bundy Tapes (2019), a serie come la già citata Mindhunter, a film di discutibile resa come Ted Bundy – Fascino Criminale (2019). Oppure, possiamo citare C’era una volta… Hollywood (2019), decimo film di Quentin Tarantino, che racconta, sebbene in modo comico e marginale, il fenomeno Charles Manson che si concluse con l’omicidio di Sharon Tate (che in questo mondo semi-realistico riesce, invece, a salvarsi).

La casa di Jack (2018) di Lars Von Trier è un’altra interessante declinazione. Ci allontaniamo ancora dal racconto di una storia realmente accaduta, ma in qualche modo Von Trier le riassume tutte. Attraverso il personaggio fittizio di Jack l’autore realizza una crasi di tutti i casi più violenti e contorti, mettendoci ovviamente quel qualcosa in più di surreale.

American Horror Story: Hotel (2015)
American Horror Story: Hotel (2015)

Più recentemente, invece, troviamo la serie che ha ispirato questa riflessione: Dahmer – Mostro (2022). Ebbene, dopo che in American Horror Story: Hotel Murphy ha avuto l’occasione di mettere allo stesso tavolo tutti i più importanti assassini degli Stati Uniti (tra cui anche Dahmer), lo sceneggiatore ha concentrato le sue energie in tutta una serie di prodotti dedicati proprio ai crimini del proprio paese. Comincia con American Crime Story, con una stagione dedicata all’omicidio Versace e un’altra dedicata al caso O.J. Simpson, per poi arrivare a coronare uno dei suoi sogni dedicando un nuovo progetto proprio a Jeffrey Dahmer interpretato da Evan Peters. Il lavoro di Ryan Murphy, però, non è mai stato esule da critiche e questo vale anche per quest’ultima serie tv.

Una questione di rappresentazione

Killing Eve (2018-2022)
Killing Eve (2018-2022)

La domanda, però, è: come vengono rappresentati i serial killer nei prodotti mediatici? E la loro rappresentazione come influisce sul pubblico?

Sebbene la figura del serial killer sia stata già da tempo assimilata dal mondo della letteratura e da quello cinematografico, come abbiamo visto è stata per lo più raccontata attraverso l’”orririficazione” del fenomeno, che poneva gli spietati assassini sul piano del sovrannaturale. Negli ultimi anni, invece, si può notare un aumento di racconti di efferati omicidi, anche di quelli meno famosi, attraverso ogni canale possibile, senza però trasformare il serial killer in un vampiro, o uno zombie. Che sia un film, una serie tv, un documentario o TikTok, quindi, queste storie vere e spaventose sono ovunque. 

Alcuni di questi prodotti sono realizzati meglio di altri, ma non è comunque mai facile avere a che fare con storie di questo tipo. Alcuni cadono nella “romanticizzazione” del serial killer, o nella giustificazione delle sue azioni; oppure, talvolta si realizza un processo opposto, in cui si priva la figura dell’omicida di una qualsivoglia umanità.

Purtroppo, non è pensabile realizzare un racconto riguardo a vicende di questo tipo, con vittime e carnefici reali, utilizzando una divisione manichea della morale e della vita. Chi muore sarà imperfetto così come chi uccide sarà un bravo vicino. 

Dahmer - Mostro (2022)
Dahmer – Mostro (2022)

Ad esempio, il già citato Dahmer, fa un ottimo lavoro nella contestualizzazione degli omicidi del Cannibale di Milwaukee. Dalla visione ben si comprende che il primo grande complice delle sue azioni è la società statunitense, con il razzismo che ha reso vittime e testimoni praticamente invisibili. Ryan Murphy è caduto, però, su un qualcosa di fondamentale: le famiglie di chi è perito per mano di Dahmer non sono state né informate, né coinvolte, né tantomeno risarcite in qualche modo. Hanno scoperto dell’uscita della serie esattamente come noi: da un trailer pubblicato sulla pagina di Netflix. Le ultime puntate dedicate proprio al punto di vista di chi ha sofferto delle azioni del killer, quindi, finiscono per risultare profondamente ipocrite, figlie della necessità di lavarsi la coscienza.

Una cosa che è sicuramente sbagliata è l’attenzione morbosa. Faccio un esempio. Qualche tempo fa, da grande fan dei programmi di Carlo Lucarelli (ottimo narratore), ho deciso di dare una chance a un podcast che sembrava promettermi un intrattenimento similare. Il podcast in questione era il tanto apprezzato Demoni Urbani, che a me ha fatto rizzare i peli sulle braccia.

Prima di esprimere un’opinione ho ascoltato diversi episodi, ma tra quelli che più mi ha disgustato c’è sicuramente quello dedicato a Ed Kemper.

Ed Kemper è un crudele assassino che ha soffocato e violentato almeno dieci donne. Demoni Urbani ne parla quasi come un GGG (per citare Carlotta Vagnoli), chiamando di continuo quelle donne “bamboline”, raccontando poeticamente i sentimenti provati durante l’omicidio e lo sguardo del killer sulle sue vittime.

Ecco, questo non va bene. Per quanto sia evidente che si tratti di un prodotto per neofiti, per chi di true crime conosce fino ad un certo punto, è un modo di raccontare molto vicino (se non direttamente dentro) alla pornografia del dolore. Non è diverso da Chi l’ha visto, o dall’ennesimo servizio sul femminicidio del giorno. Siamo nell’ambito di una mancanza di rispetto pari, a mio parere, a quella di Murphy che non informa le famiglie delle vittime.

Il fatto è che, più delle normali storie, queste narrazioni devono essere realizzate con molta attenzione, onde evitare di educare in modo scorretto il pubblico. La figura del serial killer e le vicende legate sono culturalmente definite e connotate, niente è da lasciare al caso quando se ne parla. Insomma, un assassino non è cattivo perché è cattivo, non uccide persone a caso e non ha una storia processuale asettica, priva di influenze culturali. Quindi, parlarne in realtà è importante, ma va fatto con cura e precisione.

Al tempo stesso, da spettatori e fruitori, non possiamo mai avvicinarci ai contenuti in maniera passiva. Dobbiamo sempre decostruireanalizzarecomprendere, altrimenti rischiamo di portare con noi influenze scorrette. Ricordiamoci, inoltre, che ciò che vediamo attraverso lo schermo è finzione, sì, ma nel caso del true crime le storie sono vere, con vittime e persone coinvoltereali come noi.

Quindi, in conclusione, se da un lato è fondamentale costruire narrazioni rispettose, dall’altro lato chi fruisce ha la responsabilità di prendere i prodotti mediatici per quello che sono: prodotti mediatici.

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