giovedì, Febbraio 22, 2024
CinemaIl cielo sopra Berlino (1987), un capolavoro senza sceneggiatura

Il cielo sopra Berlino (1987), un capolavoro senza sceneggiatura

Nel 1987, due anni prima del crollo del muro di Berlino, esce il film-capolavoro di Wim Wenders con cui si è aggiudicato il premio per la miglior regia a Cannes: Der Himmel über Berlin (“Il cielo sopra Berlino”).Dopo molti anni passati negli Stati Uniti, Wenders torna nel luogo che ha visto nascere la sua carriera di regista (con Summer in the City nel 1970): la sua amata Berlino.

«Nonostante io non sia Berlinese, le visite a Berlino sono per me, da almeno vent’anni, le uniche vere esperienze tedesche, perché qui la storia è presente fisicamente ed emozionalmente, una storia che è impossibile vivere da un’altra parte della Germania se non come rinuncia o assenza»  Le souffle de l’ange, Wim Wenders, 1988.

L’amicizia con Peter Handke

Con questa pellicola si ha infatti un vero e proprio “ritorno alle origini” da parte del regista tedesco che inizia una nuova collaborazione con il suo sceneggiatore di fiducia Peter Handke.

«C’è una grande amicizia [con Handke]. Riguardo aDie Angst (“Prima del calcio di rigore” 1972) ho scritto la sceneggiatura senza che avessimo parlato del soggetto. Lui era d’accordo ma non è mai venuto sul set. Era molto soddisfatto del film. Si può dire che la collaborazione era di non lavorare mai insieme. […] Lavorare insieme è questo, piuttosto che sedersi allo stesso tavolo.» Positif, Wim Wenders, 1976.

Difatti la prassi era questa: Handke scriveva il soggetto e lo mandava a Wenders. Quest’ultimo scriveva la sua versione e la spediva di nuovo. Quando non c’erano più modifiche da fare, Wenders dava inizio alle riprese del film, prima ancora di iniziare a scrivere la sceneggiatura! Questa è stata la sorte de Il cielo sopra Berlino, ma non solo: per Nel corso del tempo (1976) il regista tedesco ha infatti affermato di aver scritto di notte quello che si sarebbe girato l’indomani.

Damiel, un angelo che sogna di vivere a colori

Berlino. Damiel e Cassiel sono due angeli che, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno smarrito la loro identità e le loro funzioni originarie. Essi sono invisibili agli uomini, ma sentono i loro pensieri, i loro ricordi e i loro sentimenti. Il mondo appare in bianco e nero agli occhi degli angeli poiché non possono provare emozioni.

Damiel arriva a confessare al compagno l’insofferenza nei confronti della propria eternità. Egli è aperto alla vita, alle esperienze, alle sensazioni e al mondo che è in grado di vedere, ma non di vivere appieno. Il suo sogno è quello di vivere in un mondo a colori, di sperimentare la concretezza della vita: di bere un caffè!

Berlino, una città abbandonata da Dio

Questo film è una dichiarazione d’amore ad una città offesa dalla storia e abbandonata nelle mani degli uomini. Una città dove la guerra non è mai finita e che deve fare i conti con il suo passato. La scena finale del “narratore” che si incammina verso il muro è, a mio avviso, un’immagine metaforica: il muro non rappresenta solo la separazione fisica della Germania ma anche l’impossibilità degli uomini di comunicare tra loro. Grazie agli angeli sentiamo i pensieri delle persone durante tutto il film e questa è una tecnica messa in atto da Wenders per far esprimere ai personaggi le cose di cui di solito non parlerebbero. L’atmosfera triste che incombe su tutta la città sta contagiando anche la vita delle persone, il cui mondo a colori sta diventando sempre più grigio.

Ma vedere il mondo attraverso gli occhi di Damiel ci permette di osservare una nuova realtà, un nuovo modo di vivere (e non sopravvivere). L’angelo ci insegna a cercare la bellezza nelle piccole cose che accadono ogni giorno, come dare da mangiare al gatto o gustare un buon pranzo. Momenti insignificanti per noi, rappresentano la bellezza della vita per Damiel, che decide di entrare a far parte del mondo, invece di limitarsi a guardare dall’esterno, rinunciando così alla sua condizione di eternità. Tutto quello che desidera l’angelo è di essere notato (nel vero senso della parola) e, finalmente, amato. 

Il tempo e la verità hegeliani

Wenders riprende la teoria del filosofo tedesco Hegel secondo cui “senza uscire di sé non possiamo capire chi siamo”. In poche parole non possiamo sapere cosa significhi essere umani finché non sappiamo cosa sia non esserlo. Damiel lo sa e sceglie di diventare un uomo, esaltando addirittura uno degli aspetti della vita che più ci spaventa: la finitezza. Con il suo profondo monologo, Damiel ci spiega che il tempo non è una malattia, ma una risorsa e che non siamo fatti per essere contemplatori della verità, ma solo suoi cercatori.

Cos’è dunque l’eternità senza provare niente? Senza poter amare ed essere amati? La bellezza della vita sta nella sua caducità e nella connessione tra le persone. Questo è il grande insegnamento di Damiel e la speranza di Wim Wenders di vedere la “propria” città rinascere insieme ai berlinesi.

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